La chiesa del nome di Dio

Tra le strade secondarie del centro storico, esiste uno scrigno d’arte di straordinaria bellezza, meta imperdibile di ogni viaggiatore che vuole lasciarsi meravigliare da luoghi inaspettati.
Al civico 23 di via Petrucci è ubicata la Chiesa del Nome di Dio, un oratorio rimasto pressoché inalterato dal momento della sua creazione. Qui il visitatore può fare un viaggio a ritroso nel tempo, respirando la stessa atmosfera che caratterizzava quest’ambiente già dal 1636, anno in cui la decorazione dell’aula principale era terminata.
Non si tratta di una chiesa parrocchiale ma di un edificio costruito nel 1577 dalla Confraternita del Nome di Dio, così chiamata poiché i suoi membri si battevano per arginare il pessimo vizio della bestemmia. Tale associazione laica era anche detta Compagnia della Buona Morte; la loro opera caritatevole consisteva nell’offrire un funerale ai poveri e ai giustiziati, dando dignità alle classi sociali più emarginate anche nel delicato momento dell’ultimo respiro.
Varcando il portale d’ingresso progettato da Giannandrea Lazzarini (1763), si rimane impressionati da una scenografia tanto dirompente quanto inattesa, con le monumentali tele ad olio che rivestono completamente il soffitto e le pareti. Esse sono inserite in cornici lignee e cassettoni, la cui tavolozza cromatica è giocata sull’elegante contrasto tra oro e nero. Lo spazio incombe sul visitatore e pullula di memento mori (teschi con tibie incrociate, clessidre), esortando a riflettere sulla caducità della vita.
A Federico Barocci venne commissionata la Circoncisione di Gesù da allestire sull’altare maggiore, oggi al Louvre in seguito alle requisizioni in epoca napoleonica (1797). Carlo Paolucci dipinse la copia che vediamo in loco, accompagnata dalla tenera Madonna del Bell’Amore di Francesco Giammarchi posta al di sotto di essa. Gli altari laterali custodiscono un pregevole Crocifisso cinquecentesco e L’Incoronazione della Vergine di Teodoro Ghisi (1583).
Il restante apparato decorativo è frutto del lavoro congiunto tra un unico pittore, Giovan Giacomo Pandolfi, e due scenograf rovereschi: Giovanni Cortese per le quadrature del soffitto e Nicolò Sabbatini per il ciclo sulle pareti.
Il soffitto è dominato centralmente da un maestoso dipinto ottagonale: il Trionfo del Nome di Dio, attorno al quale si inginocchiano le Gerarchie Spirituali e quelle Temporali, con i ritratti di Francesco Maria II della Rovere e del figlio Federico Ubaldo. Guardando all’altare, l’Assunzione di Maria e la Resurrezione di Cristo parlano di vita eterna, narrando quel messaggio di salvezza rivolto a coloro che qui ricevevano le esequie. All’opposto, in direzione dell’ingresso, vi è l’allegoria della dannazione, con il caos dell’Inferno contrapposto all’immobilità dello Scheletro.
Sulle pareti si dispiega il passaggio dall’Antico al Nuovo Testamento, iniziando con le profetiche immagini delle Sibille. Particolare attenzione si deve al Trionfo di Giuseppe ebreo, ambientato nella seicentesca Piazza del Popolo, all’Annunciazione, per l’insolita iconografia che mostra l’antefatto della scena con Dio Padre in serrato eloquio con l’arcangelo Gabriele ed infine, il Sogno di Giuseppe, per i suoi echi caravaggeschi.
La cantoria vanta l’organo più antico della città (1631), realizzato da Antonio Paci e tuttora funzionante. A sinistra dello strumento vi è il presunto autoritratto del Pandolfi, che custodisce silenziosamente il suo capolavoro pittorico.
Anche l’attigua sagrestia è interamente decorata. Questa sala era usata per le riunioni dei confratelli, che sedevano sul coro che occupa il perimetro della stanza; un tempo questi scranni contenevano le cappe nere degli affiliati; oggi, su di essi, si vedono i cappelli degli ultimi confratelli.
Di forte impatto sono i catafalchi funebri del XVII secolo, esposti con una serie di oggetti ad uso della congregazione visibili nella terza ed ultima stanza del percorso di visita.

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